AgnesolaGoth46

"Non c'è nulla da dire: c'è solo da essere, c'è solo da vivere." Piero Manzoni,1960

domenica, agosto 07, 2005

G8: oltre il coro di slogan è ora di cambiare politiche

G8: oltre il coro di slogan è ora di cambiare politiche(20 luglio 2005)
All'ombra dei tragici attentati di Londra, il G8 di Gleaneagles si è concluso con il consueto un coro di slogan circa gli "storici" risultati raggiunti in termini di aumento degli aiuti ai Paesi poveri. Noi di Medici Senza Frontiere non possiamo condividere l'entusiasmo: l'annunciata (e parziale) cancellazione del debito rischia di essere una pura operazione di facciata, mentre i 50 miliardi di dollari di aiuti aggiuntivi a partire dal 2010 (se mai si tradurranno in realtà) sono, almeno in parte, la replica di promesse già fatte in passato e non rappresentano vere risorse supplementari.
Il nostro non è uno scetticismo per partito preso: noi non pretendiamo per principio lo stanziamento di più soldi. Al contrario, da anni, chiediamo al G8 e alle altre istituzioni internazionali di non soffermarsi solo sulla quantità di aiuti che i Paesi ricchi sono disposti a erogare a quelli poveri. I soldi ovviamente servono, ma senza il ripensamento radicale di alcune dinamiche politico-economiche, non sarà mai possibile un'efficace lotta alle malattie che decimano la popolazione del Sud del mondo.
Alcuni esempi possono essere illuminanti:
La riflessione sulle politiche dei grandi donatori internazionali, infine, dovrebbe andare oltre la pur importante cancellazione del debito: le condizioni imposte dai finanziatori internazionali (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, etc.) possono avere effetti deleteri per i Paesi poveri. A fronte dei prestiti Banca Mondiale e FMI impongono, infatti, alcune condizioni ai paesi poveri che ricevono gli aiuti, tra le quali, sempre più spesso, figura l'introduzione di un pagamento per i servizi sanitari pubblici. I primi studi di MSF sull'impatto dell'introduzione di servizi sanitari pubblici a pagamento in Paesi poverissimi come il Burundi o Haiti mostrano che l'obbligo di pagare per l'assistenza – anche quando le cifre ai nostri occhi sembrano basse – impedisce a larghe percentuali della popolazione dei paesi più poveri di accedere alle cure, e li condanna alla sofferenza e, troppo spesso, alla morte.
La ricerca medica: oggi la ricerca medica è quasi totalmente delegata alle industrie private. Queste grandi multinazionali necessariamente investono soprattutto nella ricerca sulle malattie che colpiscono i Paesi ricchi (cardiovascolari e tumori, ma anche obesità, impotenza e calvizie!). Le malattie dei più poveri non attirano investimenti perché, se anche si trovasse una cura, i malati non potrebbero pagarsela. L'esempio più eclatante è la totale assenza di farmaci pediatrici contro l'Aids. Oggi nei Paesi ricchi – grazie alle efficaci strategie di prevenzione - quasi nessun bambino contrae il virus. Nei Paesi poveri, invece, ci sono quasi 3 milioni di bambini malati di Aids: per loro non esistono farmaci ad hoc (facili da assumere e con dosaggi calibrati). I nostri medici incontrano enormi difficoltà quando cercano di curare i piccoli sieropositivi utilizzando medicinali pensati solo per gli adulti. La stessa cosa avviene per altre malattie che colpiscono milioni di persone nel Sud del mondo, ma che sono sconosciute o scomparse nei Paesi ricchi: leshamaniosi, Chagas, malattia del sonno o tubercolosi. Nessuna industria ha interesse a trovare cure migliori e più efficaci per queste malattie perché le popolazioni colpite sono troppo povere per pagarsi i farmaci. Una vera strategia di lotta alle epidemie nel Sud del mondo deve necessariamente elaborare nuovi strumenti per incentivare la ricerca sulle malattie dei più poveri, con un maggiore impegno delle istituzioni pubbliche.
I brevetti sui farmaci: Le politiche commerciali fissate dal WTO di fatto impongono una sorta di monopolio dei farmaci prodotti dalle multinazionali occidentali che – anche quando vengono venduti ai Paesi poveri a prezzo scontato - sono sempre molto più costosi di quanto potrebbero essere se ci fosse più concorrenza tra produttori. Anche in questo caso l'esempio più eclatante viene dalle terapie contro l'Aids. Fino al 2001 sul mercato esistevano solo farmaci occidentali che costavano – in tutto il mondo – circa 10mila $ l'anno per paziente. Dal 2001 sono comprasi i primi farmaci generici indiani, offerti nei Paesi poveri a un prezzo molto più basso. Oggi la terapia a base di farmaci generici indiani costa circa 200$ l'anno per paziente. La qualità di molti dei farmaci generici indiani è stata certificata dall'OMS, eppure ancora oggi i piani di aiuto tendono a privilegiare i farmaci delle multinazionali. Nel caso di aiuti bilaterali spesso i Governi occidentali offrono un sostegno economico ai governo africani per la lotta all'Aids a condizione che i soldi donati vengano spesi esclusivamente per l'acquisto di farmaci occidentali più costosi di quelli generici (è successo con il Piano di Bush per la lotta all'Aids lanciato nel 2003). Gli stessi accordi di libero scambio che gli USA stanno firmando con diversi Paesi (il Centro e il Sud America, la Tailandia, il Marocco) impongono il rispetto di rigide norme sui brevetti che di fatto impediscono ai Paesi poveri di acquistare i farmaci più economici presenti sul mercato internazionale e li obbligano ad acquistare solo i farmaci "made in USA".
Persino il Global Fund e l'OMS hanno opposto resistenze e in alcuni casi ancora privilegiano i farmaci occidentali anche se più costosi e non sempre disponibili in quantità sufficienti (è il caso dei nuovi farmaci contro la malaria). Il WTO ha imposto anche all'India di rispettare i brevetti sui farmaci: questo probabilmente farà sì che nel lungo periodo l'India non potrà più produrre farmaci economici e che i prezzi continueranno a salire. Gli slogan sensazionalistici davvero non convincono più nessuno, è ora di metterli da parte e discutere di politiche concrete.Stefano Savi Direttore MSF Italia(pubblicato su “Il Sole 24 Ore – Sanità” – 19 luglio 2005)
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